Alba Cappellieri è Professore Ordinario al Politecnico di Milano e alla Stanford University, presidente del Corso di Laurea in Design della Moda, direttore del Master internazionale e del Corso di Perfezionamento in Design del Gioiello al Politecnico di Milano. La sua firma è in prestigiosi libri e pubblicazioni, la sua visione ed esperienza in numerosi incarichi di coordinamento di ricerche internazionali per un impegno che la porta a presiedere e curare le principali mostre di settore. Dal 2014, inoltre, dirige il primo spazio museale in Italia dedicato all’universo del prezioso: il Museo del Gioiello di Vicenza, gestito da Italian Exhibition Group e Comune di Vicenza, con le sue splendide sale e le sue mostre che trovano spazio tra le mura della Basilica Palladiana, cuore pulsante e simbolo della magnificenza artistica del capoluogo berico.
Se il gioiello ci dimostra di essere spesso lo specchio dei tempi, delle culture e dei valori che attraversano la storia e i popoli, con Alba Cappellieri abbiamo affrontato un piccolo viaggio tra i significati nascosti nell’evoluzione del design dei preziosi, con l’obiettivo di incastonarli nel nostro tempo per conoscere meglio il presente e anticipare un futuro in cui la bellezza – con i suoi valori – giocherà un ruolo da assoluto protagonista.

Professoressa Cappellieri, quando ha capito che Alba, “da grande”, avrebbe dedicato la sua vita ai gioielli?
“L’ho capito “da grande” e si può dire che sia stato il gioiello a scegliere me. È comparso nella mia vita con la dirompenza di un fulmine, imprevisto, inatteso, ma anche illuminante. Ho studiato architettura a Napoli e dopo la laurea e il dottorato mi sono trasferita negli Stati Uniti per specializzarmi nell’ambito dei grattacieli. Tornata in Italia sono approdata al Politecnico di Milano dove in quel momento non erano interessati ai grattacieli, ma a strutture infintamente più piccole: i gioielli. Volevano esplorare le possibilità di una relazione strutturata tra design e gioiello. Abbandonare l’architettura, ripensare alla mia carriera e rivedere i miei progetti per il futuro è stato difficile, ma ho accettato la sfida. È stata una fatalità fatale alla sliding doors, un momento topico, assolutamente imprevedibile, un sì che mi ha cambiato la vita. Alla fine degli anni Novanta non esistevano legami strutturati tra design e gioiello e c’era molto da dire e da fare. Mi ci sono dedicata completamente e con passione. Il gioiello, pur essendo uno dei più importanti ambiti della manifattura e della creatività italiana, è sempre appartenuto a una realtà chiusa, sfuggente e criptata. Ho cercato di aprire i confini, contaminare le discipline, connettere ambiti e persone, per proporre una rilettura del panorama orafo.”

“La bellezza salverà il mondo”, sosteneva il “genio crudele” Dostoevskij: quale sarà il contributo della bellezza e del design alla ripartenza?
Lei ha citato la frase di Dostoevskij, ma il concetto che lui esprime affonda le sue radici nel pensiero di Platone, in cui bello e buono coincidono. Ed è proprio questa la bellezza in grado di essere propulsiva per la ripartenza. La mia visione di bellezza è emotiva, e ha molto a che fare con concetti quali pienezza e spiritualità. Considero un’enorme fortuna potermi occupare in modo creativo di oggetti meravigliosi come i gioielli, che si iscrivono nel più ampio orizzonte della cultura. La bellezza di cui parlo ha un valore formativo, in quanto implica anche sacrificio e impegno necessari per ottenerla, aprendosi e sfidando il cambiamento inevitabilmente necessario per la ripartenza. Credo che la vita vada accolta, ho imparato a non oppormi al cambiamento e sono stata premiata: ai tempi, di gioiello si occupavano solo gli storici dell’arte, io che provenivo dal mondo del progetto ho potuto portare una visione diversa. Partendo proprio dalla mia esperienza, cerco di trasmettere ai miei studenti di design del gioiello e dell’accessorio al Politecnico un atteggiamento positivo e di apertura nei confronti del cambiamento: spaventa, ma può offrire meravigliose occasioni. Inoltre, il ruolo del progettista è proprio quello di guidare il cambiamento, individuando nei limiti opportunità di innovazione.

Guardando ai mesi passati, ma anche al presente, quanto ci ha aiutato la bellezza ad affrontare le difficoltà? Di quali valori si è caricata?
Questo passaggio storico, come tutti i momenti complicati, ha sovvertito la scala di priorità, ridefinendo cosa è di valore e cosa è superfluo. Il messaggio più importante oggi è quello di avere cura. Avere cura del tempo, delle persone, della qualità di ciò che si fa. La cura di sé stessi e degli altri in questo momento storico è cruciale e fondamentale per la rinascita. Nella mia esperienza la bellezza è stata condivisione di progettualità, valorizzazione del rapporto con gli studenti – anche se mediato dallo schermo -, continuazione della ricerca ed elaborazione di progetti importanti.

Cosa porta oggi un giovane studente ad avvicinarsi al mondo del gioiello e all’alta formazione? Le generazioni più giovani sono inclini a immaginare un futuro professionale impegnato nell’arte orafa?
“In questi anni sono state numerose le occasioni di incontro con gli studenti nell’orientamento al percorso universitario, sia per quanto riguarda corsi di laurea triennale e magistrale al Politecnico di Milano, sia Master universitari come nel caso del master in Accessory Design offerto da Poli.design in collaborazione con Milano Fashion Institute, e di orientamento nel mondo del lavoro. Si è registrato un interesse sempre vivo per il mondo del gioiello, anche perché la proposta è innovativa e aperta al dialogo con le sfide del contemporaneo. I nostri giovani progettisti si sentono protagonisti, perché possono imparare, lavorare, sperimentare, generare bellezza, anche a livello concreto. La prassi artigiana, con l’impegno manuale che presuppone, è innanzi tutto cura e amore per quello che si fa. Quindi oggi, in questo contesto, diventa una attività quanto mai terapeutica. Inoltre credo molto nell’importanza del “non stare fermi”, di non mettere in stand by la vita anche nei momenti di difficoltà.”

Quali sono i tratti distintivi del professionista del design e del gioiello? Quali le competenze chiave?
“Mi piace pensare al designer come un dj perché non compone da zero, ma remixa pezzi esistenti, creandone nuovi. Per me il designer è anche come Janus, l’antica divinità classica con due facce, con una guardava avanti e con l’altra guardava indietro. Mi piace pensare che il designer è un Giano Bifronte, è qualcuno che guarda avanti e indietro contemporaneamente, che riesce a tenere insieme il passato con il futuro, la tradizione con l’innovazione. Ma soprattutto il designer è un’antenna. I bravi designer che conosco sono tutte persone che riescono a captare i segnali deboli e diffusi della contemporaneità e a trasferirli nei loro paesaggi. Per quanto riguarda il designer di gioielli, oltre alle conoscenze prettamente tecniche, si richiede quindi attitudine alla ricerca e grande curiosità.”

Il Museo del Gioiello è un racconto che ci aiuta a ricostruire la storia, i valori, i gusti e le tradizioni del passato. Immaginando una lettura dei nostri tempi fra cent’anni, proprio a partire dai gioielli, cosa diranno di noi gli studiosi del futuro?
“Il Museo del Gioiello è come un meraviglioso caleidoscopio, che ci restituisce una moltitudine di frammenti luminosi, di sfaccettature uniche e sempre diverse che, nel loro manifestarsi, rivelano un’inconfondibile matrice comune: il ‘bello e ben fatto’. Il gioiello contemporaneo è quanto mai fondato sulla compresenza di valori e contesti eterogenei, dove la nobiltà della materia non è più condizione necessaria e sufficiente a sancire il valore di un oggetto. La sua natura multiforme è specchio della nostra società, con il suo multilinguismo e la contaminazione di diversi e compresenti stili di vita. Per quanto riguarda il futuro, mi auguro, e credo, che il valore del saper fare italiano, inteso come creatività, eccellenza manifatturiera, cura per la materia prima e per la qualità estetica del prodotto, permanga anche nelle generazioni a venire.”