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L’opera omnia del grande poeta e drammaturgo ravennate, letto e rappresentato ben oltre i confini del suo dialetto, straordinaria opportunità di dialogo con una delle presenze liriche più apprezzate. Versi che riaccendono il gusto del vivere.

di Andrea Mainardi

Il poeta Nevio Spadoni

Quella di Nevio Spadoni è una voce che più restituisce reliquie di ricordi, faccende, persino cose del quotidiano, più squarcia abbaglianti lacerti su un altrove che mai è porto sicuro. Un movimento incontenibile. Intimo, perciò corale. Personale, quindi universale. Era dunque necessario raccogliere insieme trentadue anni di versi del poeta e drammaturgo ravennate letto e rappresentato in mezzo Mondo, ben oltre il confine del suo dialetto “ruvido e aspro” – come lo definì Ezio Raimondi.

Necessario perché molte raccolte erano da troppo tempo esaurite. E i lettori reclamavano. “Poi perché se trentadue anni non sono una vita, rappresentano un bel pezzo di cammino”, riconosce il poeta, raccontando l’avventura di rimettere in pagina quel percorso in Poesie 1985-2017, fresco di stampa per i tipi de Il Ponte Vecchio. Opera omnia arricchita da due inediti: Agli òmbar e I mur. E da ventitré interventi critici.

Nessun approdo, nessuna quiete. La raccolta non è un punto fermo. Spadoni svicola con un sorriso dalla domanda indiscreta se nel cassetto non ci sia qualche nuovo verso. Ma regala un’anticipazione: un progetto teatrale già a buon punto con Ravenna Teatro che andrà a completare una ideale trilogia insieme ai pluripremiati Lus e L’Isola di Alcina. Al fine rivela che il sipario della poesia non si chiude: “Sarà lei, se vorrà, a venirmi a trovare”.

Nulla c’è di definitivo, rammenta convincente. Mentre rimette in circolo righe di un dialetto cucinato di “parole fatte in casa” che riconciliano con una lingua sempre più orfana di parlanti. Ricorda Spadoni che il fascismo voleva proibirlo, il dialetto, rubricato a condotto di parole per poveri e ignoranti. Così non è. Un buon verso, quando accade, in dialetto o lingua che sia, è come ‘na sfiambeda, una fiammata che riaccende il gusto del vivere.

Immersi nel flusso della lingua notiziabile e imprecisa, non di rado inerte e ripetitiva, il dialetto di Spadoni offre qualcosa di fisicamente formato, sferzato dalla vita, che germoglia dalla gioia e dalla sofferenza. In fondo, il poeta non ha il dovere – incipit dissidente – che la carne si faccia verbo? Che tutte le mattine del mondo si facciano grazia. A farla corta: che la parola sgorghi dalla vita e sappia aiutare a percorrere la strada. Altrimenti è formalismo. “Tanti giovanissimi poeti sono bravissimi, preparatissimi e competenti, ma è raro trovare qualcosa di non costruito”.

Alla richiesta di rammentare alcune voci care, Spadoni si sottrae. Non è caso di avventurarsi in classifiche. Ne ricorda tanti. Serbati nello scrigno di una conversazione. A un nome in particolare tiene. Quello di Eugenio Vitali. Pure lui ravennate: “Arriva dentro, abita toni intensi, di affetto. Affonda nella realtà dell’oggi”.

Anche Spadoni nell’inedito I mur sembra toccare inedite corde più sociali rispetto allo spartito esistenziale e personale. Racconta gli steccati della guerra, del fanatismo, del potere. È attuale senza essere un reportage del presente a rischio scadenza. Non è forse un caso che il cuore fisico del poemetto sia un fulminante E’ mur de’ me: “Io, io, soltanto io, è un muro duro da buttare giù”. Perché la carne si faccia verbo. La parola imbocchi la via aperta. Incidentata senza pretese di esattezza nei tornanti dell’esistenza. Eppure capace di tenere lo sguardo più spalancato. A patto che – invita Spadoni dal 1985 coi suoi versi – tutto prenda corpo dalla vita. E che alla vita serva.

Chi è chi

Nato a San Pietro in Vincoli nel 1949, Nevio Spadoni vive dal 1984 a Ravenna. Allievo di Enzo Melandri all’Università di Bologna, si è laureato con una tesi sul filosofo spagnolo Xavier Zubiri Apalategui. Ha insegnato filosofia nei licei ravennati. Collaboratore di importanti riviste letterarie, è anche autore di testi teatrali rappresentati anche a New York, Berlino, Limoges, Mosca e trasmessi su Radio Tre.

neviospadoni.com

Nevio Spadoni. Poetry as a “blaze” of life

Nevio Spadoni’s is a voice that the more it brings back relics of memories, stories, even everyday life incidents, the more it brings forth blinding fragments of places that are never safe havens. An irrepressible movement, intimate and as such many-voiced, personal and therefore universal. It consequently came as a necessity to collect thirty-two years of verses by the Ravenna-born poet and playwright, read and performed all over the world, well beyond the boundaries of his “rough and harsh” dialect – as defined by Ezio Raimondi.

A necessity because many collections have been long out of print, and readers clamoured for them. “And also because if thirty-two years do not amount to a lifetime, still they make up a fair bit of the journey”, acknowledged the poet, when telling the story of the reprinting of that journey in Poesie 1985–2017, recently published by Il Ponte Vecchio. His complete works are enriched by two unpublished poems: Agli òmbar and I mur, and by twenty-three critical essays.

No landing place, no quiet. The collection is no anchorage. Spadoni eludes with a smile the indiscreet question of whether he has some new verses in store. But he regales us with a taster: a theatrical project with Ravenna Teatro that is already well underway, which will complete an ideal trilogy with the multiple award-winning “Lus” and “L’Isola di Alcina”.

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